E’ passato solo qualche giorno dalla bufera sul DDL Levi-Prodi: le acque hanno iniziato a calmarsi e in molti hanno fatto marcia indietro. Tra i commenti che ho letto, mi ha colpito molto, in negativo, quello di Sukukimaruti sul suo blog: innanzitutto la questione non è rientrata, nè tantomeno “prontamente“. Il comma che il sottosegretario Levi vorrebbe aggiungere all’articolo 7 non fa altro che aggiungere ambiguità al tutto: “Sono esclusi dall’obbligo di iscrizione al Roc i soggetti che accedono ad internet o operano su internet in forme o con prodotti, come i siti personali o ad uso collettivo che non costituiscono un’organizzazione imprenditoriale del lavoro“. Quelle specie di banner qua sopra che mi stanno facendo guadagnare la bellezza di 10 euro/anno costituiscono “organizzazione imprenditoriale del lavoro“? Sarebbe bene chiarirlo, ma questa gente non ha la più pallida idea del funzionamento di Internet.
Detto questo, qualche considerazione: mi sta bene che uno difenda la parte politica che preferisce, ma le parole “bavaglio” e “liberticida” mi sembrano le più adeguate per descrivere una (proposta di) legge di questo genere. “Burocratismo di merda” è il fatto che io debba pagare un bollo per dichiarare che io sono io, non questo. Il fatto poi che il DDL sia stato associato al nome di Prodi mi sembra abbastanza logico: nel verbale del Consiglio dei Ministri del 12 ottobre si può leggere come il DDL sia stato approvato su proposta dal presidente del consiglio. A meno di considerarlo incapace di intendere e di volere, non vedo perchè non associare il suo nome al DDL: a mio parere non si tratta di nessun “preciso segno“, ma di una semplice constatazione.
Visto il casino che ne è scoppiato, ben tre ministri si sono dissociati:
- Di Pietro si scusa per non aver letto il DDL prima della sua approvazione. Scuse accettate, ma la prossima volta cerchi di fare un po’ più di attenzione. Già la gente pensa che non facciate un cazzo tutto il giorno, se poi neanche leggete quello che approvate stiamo a posto.
- Anche Gentiloni ammette di non aver letto il testo prima di approvarlo. Questo però è un po’ più grave, trattandosi del ministro delle comunicazioni. L’affidare al sottosegretario Levi le correzioni al DDL non mi è sembrata però una gran mossa, visto il comma che intende aggiungere: speriamo che stavolta se ne accorga da solo.
- Pecoraro Scanio, invece, si giustifica dicendo di non essere stato presente nel momento dell’approvazione. Vabbè, questa gliela passo.
Tra i ministri-blogger non ho letto, però, l’opinione del buon Mastella, che probabilmente è impegnato da tutt’altro genere di problemi: trasferire i giudici che si permettono di indagare sulla sua persona è decisamente più importante della libertà di informazione, devo dargliene atto.
Come spunto di riflessione, ecco un’intervista rilasciata da Robin Good a Vittorio Pasteris sull’argomento: si parte dal testo del DDL per arrivare all’editoria indipendente e sui possibili sviluppi in Italia. I commenti, come sempre, sono qua sotto.




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Chiudevo, non a caso, il post dicendo che la blogosfera dovrebbe fare un corso di educazione civica. Di norma i decreti, essendo oggetti di proposta governativa, sono formalmente indicati come proposti dal Presidente del Consiglio. Ecco perche’ e’ demenziale (anzi, e’ malafede ispirata dalla destra, cioe’ da chi ha fato molto ma molto di peggio riguardo alla Rete – per esempio la legge Urbani-Berlusconi [capisci la stupidita' di chiamarla cosi'?]) chiamarlo decreto Levi-Prodi. Infatti nella conversazione a questo proposito non prendo in considerazione chi usa questa espressione, perche’ denota gia’ poca serieta’ (o ignoranza dei termini della questione) in partenza.
@Suzukimaruti:
Non trovo, nella chiusura del tuo post, riferimenti alla necessità di lezioni di educazione civica per la blogsfera, ma rispondo lo stesso.
Non sono un esperto delle convenzioni utilizzate all’interno del consiglio dei ministri, ma osservo (sempre dal verbale del 12 ottobre) che i decreti vengono proposti sia dal presidente del consiglio che da un qualunque ministro. In questo caso, comunque, si trattava di un disegno di legge (non un decreto), ma la sostanza non cambia. Noto disegni di legge proposti anche da “normali” ministri, ancora nello stesso verbale.
Detto questo, se io ricoprissi una carica pubblica mi prenderei la briga di leggere le cose che propongo (anche se il fatto che le proponga io fosse una pura formalità) e, se contrario, non le proporrei: la chiamo serietà, convenzioni o non convenzioni. Suppongo quindi che il presidente del consiglio non solo fosse a conoscenza del contenuto del disegno di legge, ma concordasse con esso. L’alternativa è considerarlo un burattino. Continuo quindi a non vedere niente di male nell’associare il suo nome al DDL, la poca serietà la vedo in chi cerca espedienti come queste presunte consuetudini per parare il culo a qualcuno.
Hanno fatto una cazzata (ad essere malevoli si potrebbe pensare che abbiano provato a fare i furbi, ma cercherò di convincermi del contrario), qualcuno l’ha ammesso ed è il momento di rimediare. No, le modifiche proposte all’articolo 7 non sono un rimedio sufficiente, secondo me.