Inceneritori (o “termovalorizzatori”, che suona molto più utile) e Twitter: ne ho parlato pochi giorni fa e oggi leggo le risposte (non credo dirette a me, che sono un minchione della rete) di Samuele Silva e Luca Sartoni.
Su Twitter, per certi versi, posso essere d’accordo: come per in tutti i servizi gratuiti, si ha diritto a una percentuale di uptime proporzionale al prezzo pagato. Soluzioni concrete non ne ho, a parte i soliti e utopici “ottimizzazione del codice” e “ridondanza”: se però un servizio mi risulta meno comodo da usare (e Twitter senza IM lo è), lo utilizzerò meno.
Per quanto riguarda gli inceneritori, invece, non mi piace troppo il “mal comune mezzo gaudio”: fumare fa male (fumo e lo so benissimo), ma questo non significa che gli inceneritori facciano bene. Fumare è una scelta (stupida e discutibile), respirare no. Certo, si respira anche lo smog e il fumo di quei disgraziati che hanno deciso di farsi del male da soli, ma questo non mi sembra una buona motivazione per aggiungere schifezze nell’aria. Un’ultimo appunto: le statistiche hanno un senso quando rilevano anomalie rispetto ai valori “normali”: se a parità (o quasi) di telefonini, automobili, linee elettriche e tutto ciò che fa male alla salute, vicino a un inceneritore c’è un’incidenza di tumori superiore alla media, un significato ce l’avrà.




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Il fatto è che la ‘vicinanza’ agli inceneritori non è nemmeno più così rilevante come dato. Per esempio a sud di Milano ce n’è uno a ridosso di due cascine che DICONO di fare agricoltura biologica. Le particelle su quelle insalate andranno a km di distanza, provocando probabilmente qualcosa a abitanti non rilevanti per la statistica degli inceneritori
@Bloglavoro:
In effetti la questione è ben più complessa di quanto possa sembrare…